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La reazione del sindaco di Cagliari e del centrosinistra alla bocciatura della candidatura come capitale della cultura è sconcertante ed è ancora più deludente della sconfitta: nessuna autocritica, nessuna riflessione su che cosa si può fare di più o sugli errori da evitare per arrivare primi. Anzi, in un crescendo “soriano”, quello di chi dinanzi alle sconfitte gioca al rilancio fino a schiantarsi (ma, piccolo particolare, nel bene e nel male Massimo non è Renato Soru), sembra quasi che si celebri una vittoria. Il sindaco e le “magliette rosse” sostengono di aver fatto bene, confermano punto per punto la loro linea e vogliono perseverare al grido di “Andremo avanti”.  Sulla stessa linea, non potrebbe esser altrimenti, è il direttore artistico prescelto dal Comune per “Cagliari capitale della cultura”, tale Massimo Mancini (da Milano), che rivendica come punti di forza quelle che invece sono le cause della sonora bocciatura: la cosiddetta “governance” e la partecipazione della città. Sulla “governance”, dopo oltre tre anni i Cagliaritani si sono già fatti un’idea compiuta dell’inconsistenza di una Giunta che, giusto per sintetizzare con un’immagine plastica, a tutto tondo, si siede a un tavolo con persone del calibro di Luca Silvestrone, suscitando fragorose risate da Sant’Elia fino a Castello, da Sant’Avendrace a Genneruxi, coprendo di ridicolo l’amministrazione perfino oltre i confini regionali. Ma il fatto più grave riguarda la partecipazione popolare, perché è in questo campo che si registra la disonorevole sconfitta della Giunta.

Il grave errore è stato quello di trasformare una partita che avrebbe dovuto coinvolgere l’intera città, in tutte le sue componenti, in una battaglia di partito, di corrente e personale. Anziché andare alla ricerca del più ampio consenso possibile, il sindaco si è isolato, si è chiuso tra i pretoriani dalle magliette rosse (il blu, che un tempo accompagnava il rosso, sembra ormai tagliato dalla bandiera della città e bandito dalle manifestazioni pubbliche). La sensazione trasmessa dalle scelte della Giunta richiamava, anche dal punto di vista cromatico, o una prosecuzione della campagna elettorale del 2011 o l’antipasto di quella del 2016. Forse, comprensibilmente, il sindaco e le “magliette rosse” affidavano ad un’eventuale vittoria le speranze di rilancio della loro immagine: quella di giovani ormai invecchiati, ma non cresciuti almeno dal punto di vista politico. Comprensibile, ma non fino al punto di compromettere un risultato di tutta la città. Loro lo  hanno fatto nel peggiore dei modi. Hanno escluso perfino quel mondo della cultura e dell’associazionismo che è molto vicino alla sinistra e che neanche sotto tortura voterebbe per la coalizione opposta. Hanno pensato che un’operazione di immagine potesse coprire il nulla prodotto da questa Giunta sia riguardo alla cultura sia su tutte quelle risorse culturali e naturali, che rendono Cagliari una città speciale. Per non tediare i pochi lettori di questo blog evito di pubblicare il lungo elenco dei siti chiusi in città.  Il tentativo di capitalizzare la vittoria è la vera causa della sconfitta: è come se fossimo andati in campo in 3 anziché in 11.

Massimo non ha avuto la generosità ed il coraggio di essere veramente il sindaco di tutti. In questo senso, spiace dirlo, è lui a ridimensionare o a non rendersi conto della grandezza dell’incarico che riveste. E’ inutile prendersela con Matera o con la commissione che l’ha scelta, perché i limiti di questa Giunta e i mali della città vanno ben oltre la fallimentare candidatura e sarebbero rimasti anche se oggi potessimo fregiarci del titolo di capitale europea.

Forza Italia e il centrodestra cittadino hanno tutto il diritto di esprimere critiche feroci nei confronti della Giunta. Infatti l’idea di Cagliari Capitale Europea della Cultura non è un’intuizione geniale del sindaco Zedda, ma è un punto fondamentale del piano strategico approvato nella precedente consiliatura (quando la sinistra parlava di Pellegrini “boia della cultura”. Se lui fosse stato il boia -e non era assolutamente così- loro cosa sono?). Pagina 83 del documento: “A coronamento e quale continuità della sfida strategica sui grandi eventi, si propone, inoltre, di lanciare la candidatura di Cagliari quale capitale europea della cultura del 2019”. In altre parole, c’era già un’idea forte e la Giunta Zedda con una condotta da dilettanti allo sbaraglio l’ha buttata alle ortiche.

L’altro giorno mi è capitato di discutere con un amico proprio a questo proposito. Lui pensava che ci fosse un clima ostile nel centrodestra verso “Cagliari2019”. Noi invece l’abbiamo voluta e abbiamo fatto il tifo nonostante le piccinerie delle “magliette rosse”.

Ho aggiunto: “Anche perché, a differenza di qualche assessore che per orientarsi in città ha bisogno del TOM TOM, io SONO di Cagliari”.

Forse un maggiore senso di appartenenza, un campanilismo positivo, sarebbe stato la carta in più per vincere.

Se c’è una morale inaccettabile in questa vicenda, è quella di un sindaco e di una Giunta che si chiudono a riccio, che non si fidano neppure degli ambienti più vicini alla loro coalizione politica. Se è comprensibile e legittimo che la gente, la comunità abbia scarsa fiducia nella politica, è singolare e assurdo che accada il contrario. Chi rappresenta la città non ha fiducia nella città e nei suoi cittadini?

Si può candidare Cagliari capitale senza Cagliari?

“Cagliari continua”? Certo, ma la prossima volta sarà la città a fare a meno di voi.

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